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La modesta proposta in 7 punti per l’Europa (multilingue)

Italiano –> La modesta proposta in 7 punti per l’Europa

1. Referendum per la permanenza nell’euro

 2. Abolizione del Fiscal Compact

 3. Adozione degli Eurobond

 4. Alleanza tra i Paesi mediterranei per una politica comune finalizzata eventualmente all’adozione di un Euro 2

 5. Investimenti in innovazione e nuove attività produttive esclusi dal limite del 3% annuo di deficit di bilancio

 6. Finanziamenti per attività agricole finalizzate ai consumi nazionali interni

 7. Abolizione del pareggio di bilancio

 

Français –> La modeste proposition en 7 points pour l’Europe

1. Referendum sur la permanence dans l’euro

2. Abolition du Fiscal Compact

 3. Adoption des Eurobonds

 4. Alliance entre  les Pays méditerranéens pour  une politique commune finalisée éventuellement à l’adoption d’un Euro 2

 5. Investissement dans l’innovation et dans les nouvelles  activités productives exclues du limite du 3% annuel  du déficit du budget

 6. Financements pour des activités agricoles finalisées aux consommations  nationales internes

 7. Suppression de l’équilibre budgétaire

English –> The modest proposition in 7 points for Europe

1. Referendum on the permanence in the euro

2.  Abolition of the Fiscal Compact

 3. Adoption of Eurobonds

4. Alliance between the Mediterranean Countries for a common policy eventually   finalised  to an Euro 2

5. Investments in innovation and in new productive activities excluded from the limit of 3% for annual budget deficits

6. Funding for agricultural activities finalized to internal domestic consumption

7. Abolition of balanced budget.

 

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ottobre 11, 2013

Euroshadow

 di Massimiliano

 

Si condividono linguaggi, modelli e obiettivi che riguardano ciascuno di noi.

Oggi ci si interroga sulla funzionalità degli strumenti partecipativi nelle democrazie.

Forse è un falso problema. Ci si dovrebbe interrogare meglio come nasce la capacità di scelta dei cittadini, su quale base di  consapevolezza poggia e quindi come si esprime il proprio voto o partecipazione nel processo di vita democratica.

Vediamo qui di seguito alcune considerazioni sull’Europa osservata da vicino proprio qui da Bruxelles.

Se si ha a cuore il cibo, la salute e la sicurezza finanziaria della propria famiglia, le tasse che si pagano, lo stato del pianeta e della stessa democrazia, vi è un importante cambiamento politico di cui si dovrebbe essere consapevoli. Il governo di rappresentanti chiaramente identificabili e democraticamente eletti viene gradualmente soppiantato da un governo ombra in cui enormi imprese transnazionali (Tnc) sono onnipresenti e stanno prendendo di più in più decisioni che riguardano tutta la nostra vita quotidiana.
Essi possono agire attraverso le lobby o poco chiari «comitati di esperti»; attraverso organismi ad hoc che ottengono un riconoscimento ufficiale; talvolta, attraverso accordi negoziati in segreto e preparati con cura da executive delle imprese al più alto livello. Lavorano a livello nazionale, europeo e sovranazionale, ma anche all’interno delle stesse Nazioni Unite, da una dozzina di anni nuovo campo di azione per le attività delle corporate. Non si tratta di una teoria della cospirazione: abbiamo evidenze tangibili tutti intorno a noi, ma per il cittadino medio sono difficili da riconoscere. Vogliamo continuare a credere, almeno in Europa, di vivere in un sistema di condivisione democratica?

Tecniche da mercenario

Cominciamo con le lobby ordinarie, attori famigliari ai margini dei governi per un paio di secoli. Hanno migliorato le loro tecniche, sono pagate più che mai e ottengono risultati. Negli Stati Uniti, devono almeno dichiararsi al Congresso e dire quanto sono pagate e da chi.
A Bruxelles, c’è solo un registro «volontario», che è una presa in giro, mentre dieci-quindicimila lobbisti si interfacciano ogni giorno con la Commissione europea e con gli euro-parlamentari. Difendono il cibo spazzatura, le coltivazioni geneticamente modificate, prodotti nocivi come il tabacco, sostanze chimiche pericolose o farmaceutici rischiosi, difendono i maggiori responsabili delle emissioni di gas a effetto serra e le grandi banche.
Meno conosciute delle lobby favorevoli a singole imprese transnazionali, ma in crescita a livelli di comparto industriale sono «istituti», «fondazioni» o «consigli», spesso con sede a Washington DC, che difendono anche l’alcool, tabacco, cibo spazzatura, prodotti chimici, gas serra, ecc, ma con un approccio diverso. Essi impiegano esperti influenzati per scrivere articoli che creino dubbi nella opinione pubblica anche in merito a fatti scientificamente assodati; creano falsi «comitati» o gruppi di «cittadini» finalizzati a difendere i loro prodotti e a sostenere che la «libertà di scelta» del consumatore viene limitata dalla invadenza di chi vuole prendere le decisioni al posto dei singoli.
Tornando su Bruxelles, decine di «comitati di esperti» formate da personale Tnc, praticamente prive di partecipazione da parte dei cittadini o delle Ong, preparano regolamenti dettagliati in ogni possibile settore. Dalla metà degli anni 1990, le più grandi compagnie americane dei settori bancario, pensionistico, assicurativo e di revisione contabile hanno unito le forze e, impiegando tremila persone, hanno speso cinque miliardi dollari per sbarazzarsi di tutte le leggi del New Deal, approvate sotto l’amministrazione Roosevelt negli anni ’30, che avevano protetto l’economia americana per sessant’anni. Attraverso questa azione collettiva di lobbying, hanno guadagnato totale libertà per trasferire attività in perdita dai loro bilanci, verso istituti-ombra, non controllati.
Queste compagnie hanno potuto immettere sul mercato e scambiare centinaia di miliardi di dollari di titoli tossici «derivati», come i pacchetti di mutui sub-prime, senza alcuna regolamentazione. Poco è stato fatto dopo la caduta di Lehman Brothers per regolamentare nuovamente la finanza e nel frattempo, il commercio dei derivati ha raggiunto la cifra di $ 2.300.000.000.000 al giorno, un terzo in più di sei anni fa. Tutti noi conosciamo i risultati delle attività di lobby finanziaria: la crisi del 2007-2008, in cui siamo ancora invischiati.
Ci sono poi organismi quali l’International Accounting Standards Board, sicuramente sconosciuto al 99 per cento della popolazione europea. Quando l’Ue si è confrontata con l’allargamento a ventisette e con l’incubo di ventisette diversi mercati azionari, con diversi insiemi di regole e norme contabili, ha chiesto supporto a un gruppo ad hoc di consulenti provenienti dalle quattro maggiori società mondiali di revisione contabile.
Nel corso degli anni successivi, questo gruppo è stato silenziosamente trasformato in un organismo ufficiale, lo Iasb, ancora formato dagli esperti delle quattro grandi società, ma che adesso sta elaborando regolamenti per sessantasei paesi membri, tra cui l’intera Europa. Lo Iasb è diventato ufficiale grazie agli sforzi di un Commissario Ue non eletto dai cittadini, Charlie MacCreevy, un neoliberista irlandese, egli stesso un esperto contabile, senza alcun controllo parlamentare. Per chi fosse interessato a saperlo, è stato detto che l’agenzia era «puramente tecnica».

Gli evasori competenti

Fino a quando non potremo chiedere alle imprese di adottare bilanci dettagliati per paese, continueranno a pagare – abbastanza legalmente – pochissime tasse nella maggior parte dei paesi in cui hanno attività. Le aziende possono collocare i loro profitti in paesi con bassa o nessuna tassazione e le loro perdite in quelli ad alta fiscalità.
Per tassare in maniera efficace, le autorità fiscali hanno bisogno di sapere quali vendite, profitti e imposte sono effettivamente di competenza di ciascuna giurisdizione. Oggi questo non è possibile, perché le regole sono fatte su misura per evitare la trasparenza. Piccole imprese nazionali o famigliari con un indirizzo nazionale fisso, continueranno a sopportare la maggior parte del carico fiscale o a fare a meno dei servizi pubblici che una tassazione equa delle Tnc avrebbe potuto garantire.
Lo Iasb non fornisce la rendicontazione dettagliata per paese. Non c’è di che stupirsi. Le quattro grandi agenzie i cui amici e colleghi fanno le regole, perderebbero milioni di fatturato, se non potessero più consigliare i loro clienti sul modo migliore per evitare la tassazione.
Nel luglio di quest’anno, sono iniziati i negoziati della Transatlantic Trade and Investment Partnership, o Ttip. Questo accordi definiranno le norme che regolamenteranno la metà del Pil mondiale – gli Stati Uniti e l’Europa – e sono in preparazione dal 1995, quando le più grandi multinazionali da entrambi i lati dell’oceano si sono riunite nel Trans-Atlantic Business Dialogue per lavorare su tutti gli aspetti delle pratiche regolamentari, settore per settore. I negoziatori stanno ora lavorando sulla bozza di progetto che il Tabd ha redatto.
Il commercio transatlantico ammonta a circa mille e cinquecento miliardi dollari all’anno, ma c’è poco da negoziare sull’aspetto delle tariffe, questi pesano media solo un tre per cento. L’obiettivo è invece di privatizzare il maggior numero possibile di servizi pubblici ed eliminare le barriere non tariffarie, come per esempio i regolamenti e ciò che le multinazionali chiamano «ostacoli commerciali». Al centro di tutti i trattati commerciali e di investimento oggi è la clausola che consente alle aziende di citare in giudizio i governi sovrani, se la società ritiene che un provvedimento del governo danneggi il suo presente, o anche i suoi profitti «attesi».
Il Trans-Atlantic Business Dialogue ha recentemente cambiato il suo nome in Consiglio economico transatlantico e descrive il suo lavoro come volto a «ridurre i regolamenti per potenziare il settore privato». Si definisce un «organo politico» e il suo direttore afferma con orgoglio che è la prima volta che «il settore privato ha ottenuto un ruolo ufficiale nella determinazione della politica pubblica Ue / Usa».
Con questo trattato, se approvato secondo le intenzioni delle Tnc, includerà modifiche ai regolamenti riguardanti la sicurezza dei prodotti alimentari, prodotti farmaceutici, prodotti chimici, ecc; stabilità finanziaria (libertà per gli investitori di trasferire i loro capitali senza preavviso); nuove proposte fiscali, come la finanziaria tassa sulle transazioni; sicurezza ambientale (ad esempio il diritto di imporre norme più rigorose sulle industrie inquinanti) e così via. I governi non potranno privilegiare operatori nazionali in rapporto a quelli stranieri per i contratti di appalto (una parte significativa di ogni economia moderna). Il processo negoziale si terrà a porte chiuse, senza il controllo dei cittadini.

Democrazia a rischio

Come se non bastasse l’infiltrazione nei poteri esecutivo, legislativo e giudiziario da parte delle imprese transnazionali, anche le Nazioni Unite sono ormai un obiettivo delle Tnc. Alla conferenza Rio + 20 sull’ambiente delle Nazioni Unite nel 2012, le imprese transnazionali formavano la più grande delegazione e misero in scena il più grande evento, noto come «Business Day». Il rappresentante permanente della Camera di commercio internazionale presso le Nazioni Unite dichiarò tra fragorosi applausi, «Siamo (…) la più grande delegazione d’affari che mai abbia partecipato a una conferenza delle Nazioni Unite… Le imprese hanno bisogno di prendere la guida e noi lo stiamo facendo». Le multinazionali chiedono ora un ruolo formale nei negoziati sul clima delle Nazioni Unite.
Non sono solo le dimensioni, gli enormi profitti e i patrimoni che rendono le Tnc pericolose per le democrazie. È anche la loro concentrazione, la loro capacità di influenzare, spesso dall’interno, i governi e la loro abilità a operare come una vera e propria classe sociale che difende i propri interessi economici, anche contro il bene comune.

Questa è l’Europa che vogliamo?  Condividono linguaggi, modelli e obiettivi che riguardano ciascuno di noi. Ma se i cittadini che hanno a cuore la democrazia li ignorano, lo fanno a loro rischio.

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